internet e motori di ricerca

24 Aprile 2008

Internet e l’intelligenza collettiva

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Tratto da Nòva24 N.49 del 26 Ottobre 2006
supplemento del IlSole24ore
http://nova.ilsole24ore.com/


Pierre Lévy, nato in Tunisia nel 1956 ma cresciuto in Francia, è un filosofo che studia l’impatto di internet sulla società. Egli considera i computer strumenti per aumentare le capacità di cooperazione non solo della specie umana nel suo insieme, ma anche quelle di collettività come associazioni, imprese, gruppi locali. La sua teoria più famosa riguarda l’esistenza di una «intelligenza collettiva»; il suo libro più recente pubblicato in Italia è “Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie” (Feltrinelli). Il brano che segue è tratto da un’intervista concessa a Mediamente nel 1998.


http://www.mediamente.rai.it/HOME/BIBLIOTE/biografi/l/levy.htm

DI PIERRE LÉVY

Quello di «intelligenza collettiva» non è un concetto di mia invenzione. In un certo modo è l’invenzione propria dell’umanità. Cos’è la cultura? È la dimensione collettiva dell’intelligenza e poiché possediamo questa intelligenza collettiva siamo degli esseri umani; l’intelligenza collettiva è data dalla memoria collettiva, da un immaginario collettivo. Siamo quel che siamo grazie all’esistenza delle istituzioni, delle tecniche, dei linguaggi, dei sistemi di simboli, dei mezzi di comunicazione.
Questo è il livello più generale dell’intelligenza collettiva e la nostra intelligenza individuale è totalmente infiltrata dall’intelligenza collettiva; non saremmo intelligenti se non usassimo il linguaggio, se non fossimo stati allevati in una certa cultura. Insisto molto sul fatto che per me l’intelligenza collettiva umana è molto diversa dall’intelligenza collettiva delle formiche o delle api. Un formicaio è intelligente ma non lo è una formica; essa non è più intelligente quando il formicaio diventa più intelligente mentre quanto piu’ l’essere umano vive in una cultura ricca tanto piu’ lo spirito individuale si arricchisce.
Esiste percio’ una dimensione olografica nell’intelligenza collettiva; in fin dei conti quello che mi interssa é l’arricchimento di una persona.Se una persona partecipasse all’intelligenza collettiva, tale esperienza dovrebbe consistere in un’esperienza di emancipazione, non significa affatto essere rinchiuso in qualcosa di unificatore. Esiste un’altra dimensione molto importante ed è l’intelligenza collettiva come progetto. Quando si legge ciò che hanno scritto le persone che hanno inventato internet, che hanno messo a punto i primi forum elettronici — persone come Ted Nelson e Douglas Engelbart che hanno inventato il mouse, il multi phone o come Tim Berners-Lee che ha inventato il world wide web —, pur non impiegando, nei loro scritti, la parola esatta di «intelligenza collettiva», è esattamente quello che vogliono dire. Queste persone si sono chieste quale fosse il migliore utilizzo di tutte le tecnologie interattive digitali, nella volontà di aumentare l’intelligenza dei gruppi, di mettere in sinergia le memorie, le immaginazioni, le competenze e di fare funzionare tutto questo in quel preciso modo. Era un progetto originale all’epoca. Non dobbiamo dimenticare che il grande progetto mitico dell’informatica per molto tempo è stato lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, non era né il progetto di Ted Nelson né quello di Douglas Engelbart o di chi lavorò sui forum elettronici. Loro hanno detto no allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’importante è l’intelligenza collettiva.
Ma c’è anche una questione politica. Con internet possiamo finalmente renderci conto che non possiamo avere accesso a tutto. Possiamo toccare questa realtà con il dito, significa che tutto è fuori portata, tutto è non manipolabile e l’intelligenza collettiva è intotalizzabile. Il progetto che ho cercato di formulare all’interno del libro Intelligenza collettiva è molto generale, e riguarda un progetto di civilizzazione. Se dovessi riassumerlo in poche parole direi: «Qual è la principale ricchezza dell’umanità? È la sua intelligenza, la sua memoria, la sua immaginazione» le sue forze mentali e spirituali». Tutte le altre sue ricchezze derivano da queste prime. Mentre si gestiscono in modo straordinariamente preciso le ricchezze finanziarie, le miniere, e sempre più anche le risorse ecologiche, si lasciano deperire incredibilmente le risorse in competenze, in intelligenza.
giulia.crivelli@ilsole2401r.com

Quarta di copertina:
La realizzazione della connessione telefonica dei terminali e delle memorie informatiche, l’estensione delle reti di trasmissione digitale ampliano, giorno dopo giorno, un cyberspazio mondiale, nel quale ciascun elemento di informazione si trova virtualmente in contatto con qualunque altro e con tutto l’insieme. I personal computer sono diventati sempre più potenti e facili da utilizzare, le loro applicazioni si sono diversificate ed estese. Si è assistito a un processo parallelo di interconnessione di reti, cresciute all’inizio isolatamente, e di aumento esponenziale degli utenti della comunicazione informatizzata. Rete di reti che si basano sulla comunicazione ‘anarchica’ di migliaia di centri informatici nel mondo, Internet è diventato oggi il simbolo del grande medium, eterogeneo e transfrontaliero, definito cyberspazio. Quanto poi al futuro che esso dischiude, non esiste un determinismo tecnologico o economico; si prospettano per i governi, i grandi operatori economici, i cittadini scelte politiche e culturali fondamentali. Non si tratta esclusivamente in termini di impatto, ma anche di progetto, si tratta di inventare tecniche, sistemi di segni, forme di organizzazione sociale che permettono di pensare assieme, concentrare forze intellettuali e spirituali, moltiplicare immaginazioni ed esperienze, negoziare in tempo reale e a ogni livello soluzioni pratiche ai problemi complessi, rendere la società intelligente a livello di massa.

22 Aprile 2008

Rabbiosi diari pubblici per i disincantati della rete

19 Aprile 2008
www.ilmanifesto.it

di Benedetto Vecchi


Dalle macerie della «New Economy» al successo di YouTube e MySpace. Un percorso di lettura a partire dal volume «Zero Comment» dello studioso olandese Geert Lovink dedicato all’esplosione dei blog e del social networking su Internet La grande partita a risiko per il controllo della rete può essere meglio compresa a partire della presa di parola della forza-lavoro che produce manufatti digitali. Un fenomeno che oscilla tra adesione al pensiero neoliberista

La polverizzazione delle imprese dot-com nel 2001 non ha lasciato solo macerie. Piuttosto ha alimentato la proliferazione esponenziale della cosiddetta blogsfera, cioè di quei siti Internet che consentono una interattività in tempo reale tra chi scrive e chi legge, consentendo così il commento al testo «postato». Nella maggioranza degli oltre cento milioni di blog i testi presentano però il perentorio messaggio zero comment, elemento che smentisce proprio quella tanto decantata interattività del cyberspazio. Ed è proprio a partire da questa aporia tra la retorica dell’interattività e la sua assenza che prende le mosse il libro di Geert Lovink Zero comment (Bruno Mondadori, pp. 184, euro 14).
Geert Lovink è un veterano della network culture. Con i suoi libri ha contribuito a una vera e propria «storia del presente» digitale. È stato infatti l’ispiratore di Nettime, una delle mailing list più interessanti degli anni Novanta; è stato inoltre testimone partecipe della cosiddetta media art; ha altresì analizzato puntualmente l’euforia della new economy, con la conseguente «depressione» derivata della sua crisi. La sua analisi della blogsfera è quindi in piena linea di continuità con la sua attività di media theorist, come talvolta ama definirsi.
In questo libro sono analizzati criticamente alcuni luoghi comuni dei blog. L’altro paradosso riguarda la rappresentazione della blogsfera come esempio di «comunicazione trasparente»: per Lovink, i blog sono invece «diari pubblici», cioè una forma di scrittura che annota fatti e pensieri relativi alla propria condizione esistenziale meritevoli, per chi li scrive, di essere «pubblicizzati» perché paradigmatici di una realtà condivisa da altri. Il fatto che i blog possano essere considerati «diari pubblici» ha costituito una potente fonte della loro legittimazione ideologica, ma questo non cancella il fatto che, come afferma lo studioso olandese, alimentano il rumore di fondo del ciberspazio e dalla messa in rete di opinioni fondate quasi sempre su pregiudizi e sentimenti rancorosi verso un mondo percepito quasi sempre come «cinico e baro». L’analisi che egli fa del ruolo svolto dai blog nella crescita dell’intolleranza e della xenofobia antislamica nella società olandese è infatti propedeutica all’esposizione della sua tesi che i blog generalmente sono lo strumento attraverso il quale ha preso corpo, si è sviluppata e ha acquisito un potere di condizionamento della discussione pubblica una vera e propria weltanshauung populista e conservatrice.
Condividere e partecipare
L’analisi critica della blogsfera fanno di Zero comments uno dei testi migliori dedicati alla vita nel cyberspazio, assieme all’enciclopedico La ricchezza della rete di Yochai Benkler (Università Bocconi Editore) e a Cultura convergente di Henry Jenkins (Apogeo). Ma l’aspetto più pregnante di questo volume è da cercare nell’analisi che l’autore svolge sulla realtà emersa dalla crisi delle new economy, che ha visto uno spostamento significativo verso il social networking, di cui la blogsfera è l’espressione più problematica, mentre quella più seducente è da cercare nelle esperienze di YouTube, Facebook, Myspace.
Il social networking è dunque l’angolo prospettico da cui guardare la realtà sociale dentro e fuori lo schermo. Da una parte, infatti, il social networking esprime i cambiamenti nella prestazione lavorativa, ma anche i mutamenti nella concezione della proprietà privata e nell’organizzazione produttiva. Dall’altra è il contesto in cui si manifestano le forme di resistenza e i nodi problematici della critica al capitalismo contemporaneo. Le parole chiave per accedere alla sua comprensione sono condivisione e proprietà intellettuale.
Condividere è il verbo che ha accompagnato Internet sin dal suo debutto ed è stato subito fatto proprio da chi riteneva il web uno spazio alieno alle logiche mercantili dominanti al di fuori dello schermo. La condivisone del sapere, della conoscenza, delle immagini è stato anche l’ordine del discorso attorno al quale ha preso il via la critica alla proprietà intellettuale. Un’attitudine alla cooperazione che subisce una «torsione mercantilista» quando il web è individuato come un luogo dove fare affari. È il tempo dei portali e del sogno di trasformare gli internauti in comunità di consumatori fedeli alle imprese che riescono a intercettarli nel loro nomadismo digitale.
Depressione da internet
Il social networking si impone nel cyberspazio quando le imprese della net-economy deflagrano, bruciando in pochi mesi centinai di miliardi di dollari investiti da spregiudicati «capitalisti di ventura». Sarebbe tuttavia errato considerate il social networking un compiuto e riproducibile nuovo modello di business che fiorisce sulle macerie della new economy. YouTube, Facebook, MySpace sono la via di fuga dalla cosiddetta internet depression che rivendica al web la caratteristica di medium per una socializzazione dei propri stili di vita e consumi culturali al di fuori però della ferree leggi dell’economia di mercato. Si badi bene, però, presentare quei siti non come come prototipi di una possibile attività produttiva, ma solo come espressione di un uso ludico e relazionale della rete, non vuol dire che il social networking è da interpretare come esito di una critica al capitalismo. Semmai è espressione di una «logica del dono» che offre un riparo e il contesto dove ripristinare un legame sociale altrimenti cancellato dall’economia di mercato.
Quando Google ha acquisito YouTube molti analisti hanno discettato su come l’impresa di Larry Page e Sergej Brin potesse trasformare quel sito in una fonte di profitto, viste le difficoltà che avrebbe e ha incontrato nei rapporti con altre imprese che già rivendicavano i propri diritti di proprietà intellettuale sul materiale video, musicale messo in rete da centinaia di milioni di utenti indifferenti, se non ostili alla richiesta di rispettare il copyright sui quei file liberamente e gratuitamente condivisi su YouTube. Alla fine, gli unici affari che la società di Mountain View è riuscita a fare hanno riguardato il vecchio e profittevole core business delle inserzioni pubblicitarie. Lo stesso si può dire con Rudolph Murdoch con MySpace o la grande partita a risiko attorno alla possibile acquisizione del motore di ricerca Yahoo! da parte di Microsoft.
Innovare senza investire
Nel volume di Don Tapscott e Anthony D. Williams Wikinomics (Rizzoli-Etas) sono presentati molti esempi di social networking che hanno cambiato la rete, ma in ben pochi casi si tratta di siti e esperienze che si sono tradotte in ben pochi casi in modelli di business. È certo, però, che le grandi corporation considerano il social networking il luogo dove attingere per innovare tanto i loro processi lavorativi che le merci che producono. Una fonte di innovazione spesso gratuita, dato che molti siti, programmi informatici, contenuti prodotti all’interno di esperienze di social networking sono open e non sottostanno quindi alle norme dominanti sulla proprietà intellettuale. Siamo dunque giunti alla seconda parola chiave per comprendere ciò che sta accdendo in rete, la proprietà intellettuale.
Anche in questo caso sono all’opera due tendenze apparentemente contraddittorie. Da una parte l’industria discografica, cinematografica e del software proprietario compiono una costante opera di pressione sui governi nazionali e sugli organismi sovranazionali - Wto, Unione europea, Nafta e Asean - affinché modifichino le legislazioni nazionali e le norme internazionali a loro favore. Allo stesso tempo, all’interno della Wipo, l’organizzazione delle nazioni unite relativa alla proprietà intellettuale, auspicano un modello «misto» tra sistemi proprietari e open sul diritto d’autore e i brevetti. Oppure danno vita a progetti, come quello della Microsoft, che timidamente si aprono alla logica dei programmi informatici open source. Tutto ciò allo scopo di regolamentare i comportamenti nel cyberspazio e favorire tuttavia processi di innovazione organizzativa e di prodotto all’insegna di una cooperazione sociale basata sulla reciprocità e senza finalità direttamente produttive.
Ma se queste sono le tendenze del capitale digitale, l’invito di Geert Lovink a guardare al cyberspazio dal punto di vista della forza-lavoro che produce manufatti digitali non solo è condivisibile, ma rivela la sua radicale politicità se si misura e entra in rotta di collisione con il populismo neoliberista presente nella rete e di cui i blog possono essere considerati l’espressione più significativa. Si può certo discutere a lungo, come fa lo studioso Richard Florida, sull’eccedenze di competenze e di savoir faire della «classe creativa» da rinvestire socialmente (L’ascesa della nuova classe creativa e La classe creativa spicca il volo, entrambi di Mondadori); oppure sulla tendenziale trasformazione dei «lavoratori immateriali» in classe come argomenta lo studioso australiano Wark McKenzie (Un manifesto hacker, Feltrinelli). Ciò che è però assente in queste analisi è una ricognizione sulle condizioni di lavoro, salariali, di reddito, della ambivalente precarietà di questa forza-lavoro, a cui è richiesta la messa al lavoro delle sua intelligenza collettiva e al tempo stesso conosce processi di immiserimento della sua prestazione lavorativa a ogni innovazione nel sistema delle macchine. Da qui la crescita significativa di siti in cui la presa di parola di questa forza-lavoro oscilla continuamente da embrionali processi di autorganizzazione e populismo neoliberista.
Tra populismo e rivolta
L’esplosione della blogsfera va quindi intesa come la rappresentazione, seppur caotica, di un processo di soggettivazione ambivalente, ma tuttavia aperto alla politicizzazione dei rapporti sociali capitalistici dentro e fuori lo schermo. È certo un processo all’insegna di una desolante autoreferenzialità evidenziata da quel zero comment segnalato da Geert Lovink. Ma non si può non concordare con l’invito dello studioso olandese a immaginare e sviluppare un ordine del discorso affinché i commenti perdano, quando presenti, la loro matrice populista e si aprano a processi di autorganizzazione e di conflitto contro chi esercita il potere sulla vita dentro e fuori lo schermo.

21 Aprile 2008

Google Cina Page Helper

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Little Goo gives tips on how to use Google search, e.g. how to bring up weather or calculator onebox results. You can click the [x] in the thought bubble to make Goo go away… but the helper returns next time you load the page. Perhaps Lil’ Goo and Clippy are distant cousins or something.

via blogoscoped

20 Aprile 2008

Mappe concettuali online.Wikimindmap

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WikiMindMap is a tool to browse easily and efficiently in Wiki content, inspired by the mindmap technique. Wiki pages in large public wiki’s, such as wikipedia, have become rich and complex documents. Thus, it is not allways straight forward to find the information you are really looking for. This tool aims to support users to get a good structured and easy understandable overview of the topic you are looking for.
The browser is a modified version of the GNU GPL licenced Flash browser for FreeMind.
All content of the mindmap is derived from the wiki which was selected and is available under the terms of GNU Free Documentaion Licence.
Any other content and the conceptual idea of this website belong to the author.

http://wikimindmap.org

9 Aprile 2008

Corso Base. 10a. Edizione.Calendario degli incontri

Archiviato in: calendario — Tag: — admin @ 21:26

Aprile - Maggio 2008

  • 1° Incontro: 9 Aprile
  • 2° Incontro: 16 Aprile
  • 3° Incontro: 23 Aprile
  • 4° Incontro: 30 Aprile
  • 5° Incontro: 07 Maggio
  • ore 14:30
    Aula grande di informatica, Padiglione Morel

    12 Gennaio 2008

    Google - A Wonderfull world

    Archiviato in: googleworld — Tag: — admin @ 12:21

    Raccontare il digitale. (by Zygmunt)

    Archiviato in: reti/internet — Tag: — admin @ 11:46

    Rebloggo da unAcademy weblog l’ esercizio condiviso di Zygmunt all’interno del progetto “Raccontare il digitale” - Breviario per giornalisti in erba e blogger coraggiosi.Si trattava di elaborare uno scritto di max 2000 battute raccontando lo sviluppo di internet.
    Lo trovo sintetico, efficace e utile punto di partenza per tentare di spiegare internet così come si e’ venuta creando.

    Lo sviluppo di Internet tanto rapido quanto forse imprevedibile è dovuto in buona parte alla “natura” del Web, molto ben descritta da Lawrence Lessig secondo la “logica degli strati” e la relativa struttura proprietaria o libera. In particolare, gli strati della Rete sono tre:

    1) Lo strato fisico, cioè l’infrastruttura attraverso la quale viaggia la comunicazione, di proprietà di pubblico e/o privati;

    2) Lo strato di codice, che è lo strato logico che permette all’hardware di funzionare (es. i protocolli Internet ed il relativo software), che è un “commons” (bene comune);

    3) Lo strato di contenuto, ovvero ciò che viene materialmente “trasmesso” (immagini, testi, video ecc.), che è sottoposto alle norme del copyright e del diritto d’autore.

    A parere di Lessig, la vera forza della Rete e ciò che le ha permesso di diventare come oggi la conosciamo è la sua architettura di tipo “End to End”, ossia la sua decentralizzazione ed il fatto che l’intelligenza è agli estremi del network, rappresentata dai singoli utenti o clients, mentre l’infrastruttura in sé è, per così dire, “stupida”.

    A ciò bisogna aggiungere il fatto che lo strato di codice è stato disegnato in maniera da essere “aperto” e non gerarchizzato, consentendo rapidamente e grazie all’abbattimento dei costi di produzione e distribuzione a “chiunque” di poter esprimere le proprie idee sul Web, interagendo e collaborando con una platea potenzialmente illimitata di altri individui. Tale fenomeno si sta esprimendo oggi nel cosiddetto Web 2.0 sotto forma della “long tail” della massa di mercati, che stanno integrando il mercato di massa, e tramite i “social network” ed i “social software”.

    Fin qui la genealogia dello sviluppo di Internet, che sembrerebbe essere dovuta a cause meramente tecnologiche ed economiche. Io, d’altronde, ritengo che oltre al fattore tecnologico sia da evidenziare il lato individuale e sociale alla base dello sviluppo di Internet, che risulta essere diventata sempre più uno specchio della realtà “multi - dimensionale” della nostra identità individuale e di quella collettiva, riconfigurando l’atomizzazione individuale e la disgregazione sociale tipiche dell’ Era della Tecnica e della “modernità liquida” in un network complesso di interazioni socio-individuali basate sulla partecipazione, sulla collaborazione e sulla creatività.

    25 Dicembre 2007

    La macchina siamo noi

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    Vacanze con Google

    Archiviato in: video — Tag: — admin @ 10:21

    Live Segnalino per Google Map

    Archiviato in: googleworld, video — Tag: — admin @ 10:20

    The project “Map” questions the red markers of the location based search engine Google Maps.

    The web interface of Google Maps uses small graphical icons to show location related search results on a map in an alphabetical order. On each new search ten red markers (A - J) known from the analogue world find their new position automatically within milliseconds. Interestingly each marker and even the speech bubbles with further information do cast a shadow on the map and satellite image. While zooming in the map the pixel size of the markers on the screen always stay at the same size. But if their size is seen in relation to their environment they shrink while the user does zoom in the map.
    This effect corresponds exactly to the phenomenon of Mr. Turtur, the illusionary giant of the children fantasy novel “Jim Button and Luke the Engine Driver“ written by Michael Ende.

    The size of the rebuilt red Marker in reality corresponds to the size of a marker in the web interface in max zoom factor of the map.


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