Il mondo é piccolo.Anche su Microsoft Messenger
Da Corriere.it del 2 Agosto 2008.
Il mondo è piccolo, provata sul web la teoria dei 6 gradi di separazione
Da Corriere.it del 2 Agosto 2008.
Il mondo è piccolo, provata sul web la teoria dei 6 gradi di separazione

Nòva24 di Giovedì 9 Novembre 2007
Lasciate libera la Rete
di Nikesh Arora, Vicepresidente Google Europa
Più si allarga il mondo digitale più crescono e si moltiplicano le opportunità per tutti.Il successo di uno non arriva a spese di altri
E’ ovvio che una nuova tecnologia cerchi di avere un forte impatto sulla realtà. E internet non fa eccezione alla regola. I network digitali hanno completamente riscritto le regole della produzione e della distribuzione. Shelf space, air time, spazio sulle pagine di un quotidiano, tutto questo prima determinava quali artisti fossero i più popolari, quali programmi guardassimo in tv e quali opinioni apparissero sulla carta stampata.
Oggi chiunque può registrare canzoni e metterle online, girare filmati amatoriali, montarli, aggiungere effetti speciali e diffonderli a milioni di persone in tutto il mondo; oppure ancora costituire un blog, condividendo opinioni e commenti con lettori di diverse nazioni e continenti.
Non deve sorprendere il fatto che le persone sfruttino queste nuove libertà di esprimersi per creare e comunicare, per organizzare e influenzare, per parlare ed essere ascoltati. Visitando Google Video o YouTube ci si rende conto che le comunità che usano questi servizi vedono se stesse non come passivi fruitori di un contenuto trasmesso, ma piuttosto come parti attive del processo creativo. Ogni tentativo di controllare le preferenze degli utenti o di limitare la loro scelta è destinato al fallimento. Perché? Perché le persone vogliono controllare il proprio medium, piuttosto che essere controllati da esso.
I benefici per gli individui in questo nuovo contesto media sono evidenti. Meno ovvia è la maniera in cui la Rete ha creato nuove valide opportunità per attori istituzionali che hanno intrattenuto il pubblico per decenni. Prendiamo ad esempio l’industria musicale. L’iTunes store di Apple non esisteva quattro anni fa. Oggi ha venduto più di un miliardo di canzoni online. Oppure David Hasselhoff che ha reso il suo video — Jump in My Car — disponibile su Google Video ben prima che fosse in vendita. Questo ha generato più di 6 milioni di contatti al video e un grande interesse da parte degli utenti, catapultando la canzone direttamente al terzo posto delle classifiche del Regno Unito.
La scorsa settimana quattro tra le maggiori media company — Cbs, Sony-BMG, Vivendi Universal e Warner — hanno stretto accordi con Google o con YouTube. Tutti hanno compreso l’enorme potenziale che Internet offre. Al momento c’è un miliardo di persone online, di gran lunga il più grande mercato che il mondo abbia mai conosciuto.
È la piattaforma di distribuzione più economica e più flessibile, i suoi protocolli semplici e gli open standard permettono alle persone di comunicare in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo; in qualsiasi modo. Inoltre internet ha generato la forma di advertising più targetizzata e misurabile che abbiamo conosciuto finora.
Ancor più importante è il fatto che internet ha reso possible l’interazione tra i detentori di contenuti e gli utenti, imbrigliando il loro talento, la loro inventiva e il loro entusiasmo, in modi che erano inimmaginabili solo dieci anni fa. Quest’estate, per esempio, Nbc — creatori della seria televisiva americana The Office—hanno indetto una competizione su YouTube dove i fan erano invitati a produrre il proprio filmato promozionale per questo tv show di successo. E abbiamo visto cantanti e gruppi interagire direttamente con comunità online per generare interesse nella loro musica.
Il trend è chiaro: invece di percepire la creatività degli utenti come un’attività illegale, molte media company ora la vedono come un’opportunità per accrescere la conoscenza dei loro contenuti.
Internet non è un gioco a somma zero; non è “o-o”, ma piuttosto “e, anche”. Le media company possono, per esempio, creare i propri siti di destinazione e lavorare con i motori di ricerca per aiutare le persone a trovare i loro contenuti. Così come i commercianti al dettaglio usano internet per commercializzare i loro prodotti (uno studio ha suggerito che circa il 60% dei consumatori cerca online il proprio acquisto prima di andare in un negozio ed effettuarlo), le emittenti televisive possono diffondere i video online e sfruttare l’interessse in questi video per promuovere i loro spettacoli in tv.
Nel mondo digitale il successo di una persona non deve necessariamente arrivare a spese di un altro. La crescita di Google è un grande esempio di questo fatto. Google ha centinaia di migliaia di partner editoriali online i cui ricavi derivano dalla pubblicità che posizioniamo sui loro siti web.
Google rende al meglio quando i suoi partner rendono bene. E questo succede perché in realtà non crea contenuti. È un’azienda tecnologica che opera nel settore della ricerca e della pubblicità. Aiuta gli utenti a trovare, creare e comunicare informazioni, permettendo alle persone — singoli individui o aziende — di trarre guadagno dal loro contenuto online attraverso un advertising targetizzato.
Questo significa lavorare con artisti e autori, produttori ed editori per aiutarli a premiare i loro sforzi. E Google lo farà solamente nel rispetto e nella protezione del diritto d’autore, che è al cuore del processo creativo. Per prevenire la distribuzione di video che infrangono il diritto d’autore, Google dà alle aziende la possibilità di togliere i loro contenuti in modo facile e veloce e sta investendo in tecnologie innovative per rimuovere i contenuti illegali.
Il grande paradosso del mondo digitale è che più informazioni giungono online (oggi solo circa il 15% dei dati mondiali è digitalizzato), più sarà diffìcile per le persone trovare quello che vogliono.
I contenuti disponibili online e i motori di ricerca su web coesistono — infatti, possono solo coesistere — come partner simbiotici, che traggono entrambi profìtto nel momento in cui la tecnologia permette a più utenti di trovare l’informazione che stanno cercando. Questa è la proposta migliore, in cui tutti e due i partner vincono.
Tutti possono usare la rete per creare contenuti e divenire parte attiva di un processo creativo
Le grandi media company hanno capito che la creatività degli utenti è un’opportunità
Questo significa lavorare con artisti e produttori pur nel rispetto del diritto d’autore
Clip dalla serie :”Download.La vera storia di Internet”.Discovery Science, 2008
da Il manifesto del 1 Maggio 2008
di Galapagos

La rete - Internet - è democratica? Sicuramente si: basti pensare ai recenti episodi di repressione che il mondo ha potuto conoscere in tutti i risvolti quasi esclusivamente grazie alla rete. Internet rende accessibili a tutti una mole di informazioni di difficile accesso. Ieri la rete è stata utilizzata da Vincenzo Visco per pubblicare on line le denunce delle tasse del 2005 di tutti (ma proprio tutti) gli italiani.
Ma la cosa a molti non è piaciuta: parecchie associazioni dei consumatori hanno minacciato azioni risarcitorie contro il ministero dell’economia, mentre Grillo ha accusato il ministro di averlo messo nelle mani della mafia e della delinquenza comune visto che era stato rivelato che il comico nel 2005 aveva guadagnato parecchi soldini. Quanti non lo diremo, perché siamo rispettosi della richiesta del garante della privacy che oltre a imporre la chiusura del sito (richiesta accolta) al ministero dell’economia, ha sollecitato la stampa a non pubblicare dati, in attesa che si risolva la contesa se il ministero abbia violato le norme.
Contro Grillo, però, si è scatenato il suo popolo: migliaia di precari si sono ribellati, reclamando quella trasparenza di cui il comico ha fatto il proprio vessillo. Di più: anche i lettori dei siti on line di Repubblica e del Corriere della Sera a larghissima maggioranza e con un massa non comune di voti, si sono espressi a favore della pubblicazione dei dati, dando ragione al ministro. Al quale non da torto neppure Maurizio Leo, esperto fiscale e deputato di An che ha dichiarato: «è giusto quello che dice l’Agenzia delle Entrate» sulla legittimità della pubblicazione. In effetti - per legge - i dati sulle dichiarazioni dei reddito sono disponibili (e a disposizione di tutti i cittadini) da moltissimi anni in tutti i comuni. Lo prevede una legge. E banche, società di credito al consumo e finanziarie varie, le saccheggiano per fini «commerciali». La gente comune, invece, non ha accesso a quegli elenchi che per essere copiati e utilizzati richiedono tempo, ammanicamenti e denaro.
La rete ora li democratizza: tutti possono sapere di tutti. Alcuni mesi fa Visco fu al centro di un’altra polemica: non voleva rendere pubblici i nomi dei fortunati possessori di conti bancari in Liechtenstein. «Ne farà strumento di campagna elettorale», fu l’accusa che molti gli fecero. In realtà quei nomi non potevano essere resi pubblici e se Visco l’avesse fatto avrebbe commesso reato, visto che detenere denaro all’estero non è reato. Anche se molti italiani, per costituire quelle ricchezze, reato l’avevano commesso, ma grazie a Tremonti un bel condono tombale ci aveva messo la pietra sopra per sempre. Molti paesi pubblicano gli elenchi dei contribuenti: chi guadagna molto ne è orgoglioso, perché può dimostrare che reddito e capacità professionale vanno a braccetto. E dimostrare di pagare le tasse e contribuire al benessere della società viene giudicato positivo. In Italia, invece, è furbo chi evade e fesso chi paga le tasse. I furbi non amano la trasparenza: con l’alibi della privacy violata danno calci a destra (pochi) e a sinistra (molti). L’ultimo se l’è preso Visco.
cut and paste da Panorama
di Maria Zuppello
Luogo virtuale della democrazia mondiale o pozzo nero di approssimazioni o incompetenze? Finisce sotto accusa Wikipedia, la megawebenciclopedia in progress, che gli internauti di tutto il mondo, senza necessariamente possedere competenze specifiche o titoli accademici, possono aggiornare in continuazione. E la cui consultazione è gratuita. “The Truth according to Wikipedia”, cioè “La verità secondo Wikipedia”, documentario del filmaker olandese IJsbrand van Veelen (appena presentato alla the Next Web conference e ora visibile nella sua interezza su Youtube) fa a pezzi, intervista dopo intervista, questo globale sforzo virtuale che dal 2001 cerca di costruire conoscenza in più di 200 lingue e con milioni di voci.
Il video, che ha scatenato un vespaio di polemiche prima tra gli addetti ai lavori poi nel popolo della rete, riesce a far parlare uno dei fondatori di Wikipedia Larry Sangers. Il quale racconta senza censure, come è nato il progetto di sapere universale sul web e come per lui sia morto già nel 2002, determinando così la rottura con l’altro fondatore, Jimmy Wales, anche lui intervistato da van Veelen. Il punto di rottura è proprio quello dell’”Expertise”. Il progetto di Wikipedia secondo Sangers sarebbe stato stravolto. Dal mettere insieme le competenze degli esperti di tutto il mondo ha finito con il diventare un’enciclopedia monumentale scritta e cambiata ogni secondo da chiunque in quel momento ne avesse voglia, spesso incapace e con poca preparazione. Come confermano anche gli altri intervistati, tra i quali Bob McHenry dell’ Encyclopedia Britannica e il guru della comunicazione Andrew Keen. Tutti concordi, ed è questa la tesi del film, che la verità sia tutto fuorché democratica. E che richieda studio, professionalità, curriculum.
guarda il video
cut and paste da Panorama di Sabino Labia:
È una di quelle notizie che fanno immediatamente il giro del web, e non potrebbe essere altrimenti. Il colosso editoriale Bertelsmann ha annunciato che il prossimo settembre pubblicherà un volume contenente la summa della versione tedesca dell’enciclopedia online Wikipedia.

Certo, nell’era di Internet che corre veloce e del sapere accessibile a tutti e fruibile gratuitamente, rappresenta sicuramente un controsenso il fatto che un editore tradizionale voglia trasportare su carta e a pagamanento (il costo del libro infatti sarà di circa 20 euro) quella che negli ultimi anni ha incarnato il ruolo di principale avversario delle più classiche enciclopedie.
Nel comunicare l’iniziativa i responsabile della Bertelsmann hanno sottolineato che a comporre il volume saranno brevi definizioni delle voci più cliccate dagli internauti. Da ciò si possono dedurre due cose: la prima è che più che un enciclopedia sembrerebbe un annuario, e infatti già si sa che la pubblicazione avrà un seguito nei prossimi anni. Il secondo elemento, e forse quello più importante, è la brevità delle definizioni; con ogni probabilità questa scelta è dovuta alla volontà di evitare di incorrere in errori grossolani di cui Wikipedia si è resa responsabile in più di un’occasione mettendo in dubbio l’attendibilità stessa del sito e soprattutto di coloro che lo aggiornavano. Anche Umberto Eco in passato, pur elogiando la bontà dell’idea di Wikipedia, aveva tuttavia avanzato qualche dubbio sulla qualità dell’informazione e in particolare del controllo della stessa.
9 aprile - ANSA - Le chiamate dal cellulare costano poco, ma la burocrazia le tasse pesano anche sull’innovazione tecnologica. L’Italia perde cosi’ quattro posizioni e scende al 42/o posto nell’ultima classifica del Global Information Technology Report sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

In vetta alla graduatoria - pubblicata oggi a Ginevra dal World Economic Forum (Wef) - e’ nuovamente la Danimarca che si ”riconferma l’economia con il piu’ alto livello di preparazione alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict)”, seguita da Svezia e Svizzera.
Tra i primi venti Paesi in classifica, ben undici sono europei, osserva il Wef.
Gli Stati Uniti, leader mondiali dell’innovazione in materia di Ict, sono saliti di tre posizioni al quarto posto su un totale di 127 Paesi, mentre la Corea ha conquistato ben 10 posizioni piazzandosi tra le prime dieci nazioni al mondo, al nono (9) posto.
Rispetto alla classifica dell’anno scorso, quando risultava 38/a, l’Italia e’ invece scesa di quattro gradini. Con un punteggio di 4,21 (contro il 5,78 della prima in classifica) e’ preceduta da Ungheria (37/a), Barbados, Puerto Rico, Tailandia e Cipro. ‘
‘In termini assoluti e di punteggio l’Italia non e’ pero’ peggiorata.
Anzi c’e’ stato un piccolissimo miglioramento.
Ma in termini relativi altre nazioni sono cresciute piu’ dell’Italia”, ha commentato Irene Mia, Senior Economist del Global Competitiveness Network presso il Wef e coeditore del Rapporto.
Come gli anni scorsi, l’Italia risulta scavalcata dalle altre grandi nazioni industrializzate.
Sul punteggio dell’Italia pesano soprattutto il fardello della burocrazia (124/o posto), delle tasse (123) e la bassa priorita’ data dal governo alle Ict (110).
In pratica ci sono solo tre o quattro paesi al mondo che sul fronte dell’ Itc hanno una burocrazia peggiore e tasse piu’ alte.
Ma i primati non sono solo negativi. I migliori risultati sono ottenuti dall’Italia per il basso costo delle chiamate di telefonia mobile (seconda al mondo) e della banda larga (terza), numero di utenti di telefonini (sesta) e uso delle Ict da parte del governo (quinta).
”In generale, l’Italia ha buoni indicatori di penetrazione ed i problemi sono soprattutto di carattere strutturale”, ha analizzato Irene Mia sottolineando punti deboli quali i mercati troppo regolamentati e le carenze nella ricerca (94/o posto per la qualita’ delle istituzioni di ricerca scentifica) e dell’educazione
. Il Wef sottolinea quest’anno i buoni i risultati di numerosi Paesi europei e del Nord Europa in particolare. Dopo Danimarca, Svezia e Svizzera (salita di due posizioni), seguono infatti la Finlandia (6, meno due posizioni), Paesi Bassi (7/o posto, - 1), Islanda (8/o), Norvegia (10/o), Regno Unito (12/o, - 3), Austria (15/o, + 2), Germania (16/o posto), Estonia (20/o). La Francia e’ salita di due posizioni al 21/o posto e la Spagna risulta 31/a.
”Negli ultimi sette anni le nazioni del Nord Europa si sono regolarmente piazzate fra le prime dieci della classifica, mettendo in evidenza considerevoli tassi di penetrazione e diffusione delle Ict. Questo notevole risultato e’ riconducibile soprattutto alla costante focalizzazione sull’educazione che ha favorito la creazione di sistemi di formazione nazionali di prim’ordine, a una cultura dell’innovazione con una spiccata predisposizione pubblica e privata allo sviluppo e all’impiego di nuove tecnologie, nonche’ a un contesto economico e normativo favorevole”, ha affermato Irene Mia.
Pubblicato per il settimo anno consecutivo, il Global Information Technology Report censisce ben 127 economie a livello mondiale.
Il Networked Readiness Index (Nri) usato per la classifica esamina la preparazione dei singoli Paesi all’uso delle Ict sostanzialmente da tre punti di vista: il contesto generale economico, normativo e infrastrutturale per le Ict, il grado di preparazione dei tre principali soggetti - individui, imprese e amministrazioni pubbliche - a utilizzare le Ict e a trarne vantaggio, nonche’ il loro effettivo utilizzo di tali tecnologie dell’informazione.
Nella classifica 2007-2008, la Cina si piazza al 57/o posto (+2), il Brasile e’ 59/o (- 6 ), l’India e’ 50/a ( - 6) e la Russia 72/a (- 2). Ultimi in classifica: Burundi (126) e Ciad (127). (ANSA)
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