Un Apple al giorno
Interessante articolo di Jaime D’Alessandro su Diario sulle origini dei Personal Computer e sul mix di “filosofia ” [tag]hippy[/tag] e zen che animava le prime [tag]Home-brew[/tag] nelle università della Silicon Valley.Viene ricostruita in particolare la nascita di Apple II e delle prime BBS.
…………..di Jaime D’Alessandro, tratto da “Diario mese”, N.2, Aprile 2007
Nel 1977 si costruivano computer capaci di sopravvivere a conflitti atomici o a complotti delle grandi multinazionali. Perché allora il mondo della tecnologia, almeno in California, era completamente diverso da quello di oggi.Visioni apocalittiche, neopaganesimo, religioni orientali erano elementi ricorrenti nelle comunità di programmatori che di lì a poco avrebbero portato i computer in milioni di case e dato forma a quella che in seguito sarebbe diventata internet.
L’[tag]Apple II[/tag], il primo computer di massa, è nato in quell’ambiente trent’anni fa esatti. O meglio, è nato in un club di ingegneri e appassionati di elettronica che andava sotto il nome di [tag]Computer Homebrew[/tag] (il computer fatto in casa). Gente che si riuniva fino dal 1975 nella Silicon Valley mostrando e confrontando i propri Pc artigianali.
Del gruppo faceva parte anche [tag]Steve Wozniak[/tag] che, assieme a un altro Steve (Jobs), aveva fondato nel 1976 la [tag]Apple Computer[/tag].
Molti di loro avevano a casa un [tag]Altair 8800[/tag], il primo personal computer della storia, che la Micro Instrumentation and Telemetry Systemsj aveva iniziato a vendere sotto forma di kit da montare nel 1975. Pensavano che la tecnologia avrebbe cambiato il mondo, diventando la chiave per costruire una società migliore e più libera. Secondo Stewart Brand, il prìmo a coniare la definizione di personal computer, era impossibile distinguerli dagli [tag]hippie[/tag]. Vestivano allo stesso modo e avevano tutti i capelli lunghi. Solo che le comunità tecnologiche al posto delle droghe usavano i microchip. Una bella differenza, ma solo con il senno di poi. Perché in realtà all’epoca le similitudini erano tante.
Allocquère Rosanne Stone, dell’Interactive Multimedia Laboratory dell’Università del Texas, racconta in un suo libro una storia singolare riguardo a un gruppo simile all’Home-brew che si era stabilito a Santa Cruz. Erano i membri di una società informatica fondata da Howard Perlmutter. Laureatosi al [tag]Mit[/tag], Massachusetts Institute of Technology di Boston, aveva fatto di un nuovo linguaggio di programmazione chiamato [tag]Forth[/tag] una sorta di filosofia di vita. Nella sua società, la Softweaver, il Forth era diventato una disciplina spirituale.
Quando si programmava si consumavano solo piatti macrobiotici nella mensa collettiva e le lunghe sessioni di lavoro assumevano il carattere di una pratica religiosa.
Sono state queste comunità la vera culla della cosiddetta [tag]cultura hacker[/tag] che ebbe in “Computer Lib, Dream Machines”, scritto da [tag]Ted Nelson[/tag] nel 1974, il suo manifesto.
Slogan come «il potere dei computer alla gente» apparvero in questi anni.
Si faceva largo l’idea che l’informazione dovesse circolare liberamente e che la tecnologia, come dicevamo prima, fosse lo strumento più adatto per costruire una società diversa.
Wozniak però era meno ideologico e da un certo punto di vista anche meno visionario. Lee Felsenstein per esempio, altro membro del Computer Homebrew, aveva realizzato un computer chiamato Sol molto semplice da costruire perché era convinto che il mondo potesse crollare da un momento all’altro. E il suo computer doveva poter funzionare anche in una società postatomica, con pezzi di ricambio rimediati perfino nella spazzatura. Il primo Apple invece rifletteva un’altra mentalità. Wozniak lo aveva progettato per divertirsi, scrivendo il sistema operativo in [tag]Basic [/tag]e senza particolari ambizioni commerciali. Ambizioni che al contrario nutriva Jobs, fra i due il più pragmatico. Si erano conosciuti anni prima quando lavoravano alla Atari, ai tempi l’unica grande multinazionale dei videogame.
Il primo Apple, parecchio più potente di un Altair, era costruito in modo da poter sfruttare al massimo tutti i componenti. Non bisogna però pensare a un computer vero e proprio così come lo intendiamo ora.
Di base era un circuito stampato con una serie di chip da inserire in una scatola di legno e da collegare poi a una tv e a una tastiera. Prodotto nel 1976 in 200 esemplari venne venduto a 666 dollari. L’Apple II arrivò l’anno successivo in due scatole di legno piene di componenti. O almeno è così che Wozniak lo mostrò in una riunione del Computer Homebrew. La versione definitiva fu prodotta poco dopo ed era molto distante dal primo Apple, soprattutto per quel che era successo nel frattempo dentro l’azienda fondata dai due Steve. Jobs infatti l’aveva trasformata chiamando gente esperta nel campo del marketing, del design, dell’amministrazione. Non aveva fatto l’errore di tanti altri ingegneri a capo di importanti società hi-tech, finite poi in rovina per l’incompetenza commerciale dei loro manager.
Lo stesso Jobs del resto andava in giro spesso a piedi scalzi, con la barba lunga stile Ho Chi Minh o Fidel Castro (secondo i racconti fatti in seguito) e ogni tanto si recava dal suo guru Babà Ram Das per meditare. Lui per primo si era reso conto che per mettere assieme una vera azienda c’era bisogno di persone diverse, lasciando a Wozniak la parte tecnica e riservando a lui la supervisione generale.
L’Apple II è figlio di questi cambiamenti. Un computer con tastiera integrata, rivestito da un involucro di plastica sagomato, e dotato di monitor a colori. Montava il processore della Mos Technology 650231 Mhz e aveva 54 Kb di memoria. Che tradotto significa semplicemente che fu il primo personal computer capace di fare breccia nelle case degli americani. Costava oltre 1.200 dollari, ma era relativamente semplice da usare, aveva un altoparlante integrato e grazie al monitor a colori poteva essere usato anche per giocare. Era il prodotto giusto al momento giusto, come capiterà poi anche all’iPod nel 2001. Non a caso ne vennero venduti oltre sei milioni.
Uno standard, un punto di riferimento per tutta la giovane industria dei personal computer, almeno fino al 1982 quando sul mercato il Commodore 64 fece la sua prima apparizione.
Ma rappresentò anche un momento di passaggio che coincise con la fine dei gruppi [tag]tecno-hippie[/tag] e l’avvento della tecnologia di consumo.
Una metafora cristallina di questa graduale scomparsa è la storia della comunità on line fondata alla fine degli anni Settanta da John James e Dean Gengle sempre in California. Si chiamava [tag]Communi Tree[/tag] ed era una [tag]bbs [/tag](acronimo di bulletin board system), bacheche virtuali dalle quali derivano gli attuali forum. Gestita attraverso un Apple II, era diversa dalle altre perché aveva un sistema di archiviazione dei messaggi completamente nuovo. A una normale bbs ci si collegava attraverso un computer e una linea telefonica e si potevano lasciare dei messaggi. Messaggi consultabili per data o per parole chiave. Il risultato erano un’infinità di discussioni che nascevano e morivano in continuazione perché spesso gli utenti non erano in grado di rintracciarle. CommuniTree invece aveva una struttura ad albero e ogni ramo era un tema che aveva origine da un messaggio principale. Una struttura che consentiva a chi si collegava di capire subito di cosa si stesse parlando e di aggiungere il proprio commento accrescendo uno o più rami della discussione. Era un vero spazio pubblico, territorio di confronto digitale nuovo e iniziatico vista la scarsa diffusione dei modem, dove ci si sentiva parte di un futuro diverso con tutte le implicazioni immaginifiche del caso. James e Gengle avevano scelto di adoperare il Forth come linguaggio informatico per costruire la bbs, lo stesso della Softweaver. E per le paranoie, fondate o meno che fossero, sul controllo dell’informazione da parte di strutture di potere come i governi o le multinazionali, avevano fatto in modo che fosse molto difficile cancellare o manipolare i messaggi.
La terminologia usata solo dagli utenti era piena di vocaboli astrusi presi a volte dalle religioni orientali. Come avatar, ancora oggi usato in Rete per descrivere l’alter ego digitale di qualcuno, che nell’induismo è la discesa di un dio nel mondo. Una fusione, quella fra tecnologia e mistica orientale, che in California andava ben oltre le comunità di tecno-hippie. Basti pensare a quel mix di buddismo rivisitato e spade laser messo in scena da Star Wars, il film di George Lucas uscito proprio nel 1977 quando l’Apple II stava arrivando sul mercato.
Ma il manipolo di [tag]cavalieri jedi[/tag] di CommuniTree venne spazzato via da un’invasione barbarica che nel 1982 iniziò a scheggiare le prime bbs. L’azienda di Jobs e Wozniak aveva infatti appena concluso un accordo con il governo degli Stati Uniti per la fornitura alle scuole americane di Apple II e modem dando la possibilità a migliaia di studenti di riversarsi in Rete.
Quando il primo messaggio di origine sconosciuta comparve su CommuniTree, «Tu faccia di merda ahahahahah… », nessuno seppe cosa fare perché era complicato eliminarlo. I partecipanti iniziarono presto a diminuire, stanchi per i continui insulti, mentre l’Orda d’Oro in piena tempesta ormonale scopriva nuovi atti di vandalismo riuscendo perfino a riavviare i computer delle bbs a distanza. Poco dopo CommuniTree cessò di esistere, singolarmente a causa del successo dell’Apple IL E di tutto quel caleidoscopio di suggestioni mistiche e di follie che segnò la nascita di una parte importante della tecnologia contemporanea, per lungo tempo si persero quasi completamente le tracce.

