Il triumvirato del Googleplex
Da Il Sole-24Ore, Giovedì 18 Gennaio 2007
di Marco Magrini
Il campus dell’Università di Stanford è il cuore segreto della Silicon Valley. È un gigantesco rettangolo verde costellato qua e là da dormitori, facoltà e aule magne, appoggiato a Est sulla città di Palo Alto, tagliato a Nord da Sand Hill Road (la strada che ospita le maggiori case di venture capital della California e quindi del mondo), e che s’interrompe a Ovest laddove la pianura degrada velocemente verso il Pacifico. È dentro a quel quadrilatero d’intelligenza che, nei primi giorni del 1997, Larry e Sergey, entrambi ventitreenni, hanno seminato il loro sogno di cambiare il mondo.È quel che succede a molti ventenni, è vero. Ma il fatto curioso è che quei due ci sono riusciti. In dieci anni appena.
A Stanford, nella stanza 360 del Gates Building — un edificio finanziato dal fondatore di Microsoft, il giovane Larry Page, figlio di due professori di matematica, aveva scritto [tag]PageRank[/tag], un algoritmo relativamente semplice, capace di indicizzare le pagine di un nascente web e di metterle in classifica secondo un assunto molto particolare: più una pagina è collegata ad altre pagine e più si presume che sia interessante. Sergey Brin, immigrato con la famiglia dalla Russia, già laureato in computer science, si unisce a Page nel progetto. E in quei giorni di dieci anni fa, i due cominciano a pensare di mettere la creatura su strada. Pochi mesi più tardi, correva il settembre del 1997, verrà registrato il dominio Google.com.
Quel che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti. Google è di gran lunga il motore di ricerca più gettonato del pianeta, ma anche uno dei dieci marchi più famosi al mondo. Page, Brin e l’amministratore delegato Eric Schmidt, un triumvirato nient’affatto gerontocratico, trattano con i capi di Stato. E la società vale in Borsa 152 miliardi di dollari. Nella storia, non era mai successo nulla del genere, quantomeno nell’arco di soli dieci anni. Per non parlare di quel che potrebbe uscire nei prossimi dieci, da questa multinazionale con appena 5.800 dipendenti, che promette di non cessare il fuoco delle sue rutilanti rivoluzioni.
Larry e Sergey: due bastian contrari
Non a caso, per capire il presente e il futuro di Google, non serve osservare che cosa hanno fatto Page e Brin. Ma come lo hanno fatto. Se stessimo parlando della Apple (protagonista della celebre campagna pubblicitaria «Think different») potremmo dire che hanno «pensato diverso». Più semplicemente, hanno sempre cercato una strada alternativa, pur di arrivare più lontano degli altri.
Quasi dei bastian contari
La società Google Inc. viene fondata nel 1998 con poco più di un milione di dollari che, nella Silicon Valley di quei tempi, erano spiccioli. Il logo multicolore di Google appare sul web senza fare rumore: l’algoritmo funziona benissimo, molto meglio di Altavista (il miglior motore di ricerca di quei tempi), e il verbo di Google si propaga più con il passaparola che non con il tam-tam sul web, come accadrebbe oggi. Ma quando poi, nel giro di un paio di anni, Google si impone come il numero uno, utenti e analisti finanziari si chiedono come sia possibile che un servizio così efficiente stia in piedi senza pubblicità. E senza quotarsi al Nasdaq.
In Borsa, ma a modo suo
Page e Brin mettono alla porta le banche che ambirebbero aportarli in Borsa, alimentando la fama di giovanotti troppo eccentrici. C’è chi dice (e scrive) che finiranno per rovinare tutto. Poi, nel 2000, mentre lo scoppio della bolla speculativa manda in tilt le società quotate, spunta all’improvviso uno straccio di modello di business: la homepage di Google resta spartana come sempre ma, una volta eseguita la ricerca su web, compaiono delle pubblicità tutt’altro che invasive, legate alle parole-chiave ricercate. Il costo di questa pubblicità è regolato, ovviamente, da un algoritmo: in pratica è un’asta dove l’inserzionista può cambiare in tempo reale il prezzo di offerta (da un minimo di 5 centesimi per ogni click ricevuto) per riuscire a posizionarsi meglio della concorrenza. Google — ormai finanziata da Kleiner Perkins e da Sequoia, due prestigiose case di venture capital — comincia così a vedere i primi ricavi.
Il Googleplex — come viene affettuosamente chiamato il quartier generale a Mountain View, a pochi chilometri da Stanford — adotta i tradizionali metodi di management applicati nella Valle del Silicio (niente cravatta, orari flessibili, mense luculliane) spingendosi molto più in là: fra un ufficio e l’altro c’è il biliardo, il pianoforte, un tavolo da ping-pong. E nell’orario di lavoro c’è davvero gente che suona o gioca.
Ogni primo d’aprile sulla prima pagina di Google succede di tutto: da Google Gulp (la bevanda che potenzia le capacità cerebrali), a Google Romance (l’algoritmo per trovare l’anima gemella). Per essere assunti al Googleplex bisogna avere il diploma di genio, o giù di lì. E il duo Brin-Page s’inventa anche la regola del venti per cento: tutti i dipendenti sono incoraggiati a usare il 20% del loro orario lavorativo «in progetti che li interessano». Da questo 20%, sono originati numerosi servizi: ad esempio Google News, il giornale in tempo reale generato da un algoritmo-giornalista, che rastrella con il solo potere della matematica notizie dai siti di tutto il mondo, e li incolonna per argomento e per ordine d’importanza.
Il tempo passa. La bolla speculativa sui titoli di Internet si è lasciata dietro una scia di imprese morte o ferite. E quando — correva il 2004—il mercato comincia a riprendersi dal colpo, Google annuncia il suo collocamento al Nasdaq. Manco a dirlo, sarà diverso da tutti gli altri. Non tanto perché nel prospetto c’è scritto che la società «punta a raccogliere 2.718.281.828 dollari» (2,718281828 è il valore della costante matematica e, base del logaritmo naturale). Non solo per via dei propositi alquanto originali («nel lungo periodo la società si occuperà di fare del bene al mondo, anche se qualche volta questo potrà comportare effetti negativi di breve periodo») scritti a chiare lettere nel prospetto informativo per gli investitori. Il capolavoro dell’offerta pubblica di Google sta nella soluzione — ovviamente irrituale — scelta per il collocamento: invece di affidarlo alle solite banche d’investimento, Page e Brin propendono per un’asta, ben più democratica. Manco a dirlo, interamente gestita sul web.
A ben vedere, se il titolo Google—collocato a 85 dollari nell’agosto del 2004 — ieri ne valeva 497, ci sarà pure un motivo. «Noi—ha detto Eric Schmidt durante una conferenza con gli analisti — non facciamo nulla come fanno gli altri. Così, se voi cercate di predire le nostre strategie sulla base di quello che fanno gli altri, approderete quasi certamente alla risposta sbagliata».
Qualcuno, già due o tre anni fa, diceva che Google rappresentava il più serio attacco mai sferrato al monopolio di Microsoft. Suonava come una barzelletta: come avrebbe potuto il Davide-Google, pur con qualche centinaia di geni in busta paga, minacciare il Golia impersonato da Bill Gates? E invece, qualcosa del genere è successo. Non che Microsoft sia in crisi, o che Google abbia eguagliato il suo giro d’affari da 40 e passa miliardi di dollari.
Ma Google ha partorito Google Docs (word processor e spreadsheet basati su web che competono con Microsoft Office), GMail (il servizio email che compete con Outlook), Google Maps (la mappatura del pianeta con tanto di indicazioni commerciali), Google Earth (in collaborazione con la Nasa: seguiranno Google Mars e Google Moon): e solo per citarne alcuni.
Poi la società si è alleata con Sun Microsystems sul software open-source. Il verbo to google («cercare informazioni su internet») è appena entrato nell’Oxford English Dictionary. Il triumvirato del Googleplex ha creato qualche subbuglio diplomatico, quando ha accettato alcune restrizioni alla libertà digitale richieste dal Governo cinese. In Francia l’agenzia di stampa Afp ha querelato Google per i servizi riportati su Google News, e il presidente Chirac ha pubblicamente annunciato un’iniziativa franco-tedesca per controbattere lo strapotere di un Google a stelle e strisce (per la cronaca: i tedeschi se ne sono andati e assai probabilmente l’avventura finisce qui). Associazioni di autori ed editori di tutto il mondo sono insorte di fronte a Google Print, il progetto di Page & Brin per digitalizzare tutti i libri del mondo. Ma, di sicuro, Google ha anche aggiunto velocità — o, se preferite, efficienza — alla vita e al lavoro quotidiano di poco meno di un miliardo di persone, in tutto il pianeta.
La beneficienza con gli utili
È forse abbastanza, per dire che quei due ex-ventitreenni hanno cambiato il mondo? Certo, la risposta è soggettiva: dipende da quante ricerche ognuno fa su Google ogni giorno. Ma adesso che il sogno tratteggiato dieci inverni or sono a Stanford si è avverato oltre ogni aspettativa, i due enfants terribles vogliono fare molto di più. Desiderano contribuire alla soluzione di tre problemi noti a tutti: la fame nel mondo, le malattie e il riscaldamento del pianeta. E, se possibile, facendoci pure i soldi.
Da pochi mesi, è operativa Google.org,una fondazione dichiaratamente a fini di lucro che ha da spendere ben oltre un miliardo di dollari (in quanto possiede l’1% di Google.com) su progetti contro la povertà, i virus e i gas-serra. Il trucco? Essendo for profìt dovrà sì pagare le tasse. Ma potrà fondare aziende, acquistare partecipazioni e perfino fare lobbying a Washington. Il “pensiero contrario” del triumvirato del Googleplex si vede anche da qui. Ad esempio, si dice che Google.org voglia investire su una nuova generazione di auto ibride: qualora l’impresa avesse successo, potrebbe contribuire a “salvare il mondo”, ma anche a fare soldi e alimentare così la Fondazione a ciclo continuo.
Matematica, innovazione, genio, estro, velocità, pensiero contrario. Google ha cambiato il mondo con una ricetta di pochi ma freschissimi ingredienti. Un giorno ci sarà chi saprà fare di meglio. Ma nel frattempo, al Googleplex, non hanno alcune intenzione di smettere.
m.magrini@ilsole240re.com