Il Web semantico nasce dal basso
nòva24Ore Numero 53, Giovedì 23 Novembre 2006
Il [tag]Web semantico[/tag] nasce dal basso
di Giuseppe Caravita
Qualcuno, sull’onda del successo dell’etichetta Web 2.0, ha già coniato il numerino successivo: 3.0. Ma è credibile? Oppure si tratta dell’abituale corsa, tipica della frontiera digitale, a chi la spara più grossa.![]()
Il cosiddetto[tag] Web 3.0[/tag] (o quantomeno la sua nebulosa in avvistamento) sarebbe l’internet cooperative riplasmata da due nuovi fattori dominanti: la prevalenza di video e di videocomunicazione e, soprattutto, la piena fioritura del web semantico, ovvero di una ragnatela mondiale di siti e di applicazioni capaci di capirsi, di condividere significati, categorie, gerghi, (in termini tecnici [tag]ontologie[/tag]).
Certo, sarebbe un enorme passo avanti avere un web 3.0. L’immediato predecessore, nato sulle ceneri dei portali e dei siti web passivi di prima generazione, è esploso dal basso all’insegna della comunicazione personale (via blog), dell’interconnessione tra individui con interessi analoghi (aggregazioni di blog), dello scambio semplice e rapido dei contenuti tramite gli abbonamenti Rss (Really simple syndication, un geniale protocollo creato da Dave Winer), della condivisione di immagini, video, musiche su siti terzi, gratuiti, ma inesorabilmente associati (se di successo) ai grandi soggetti dei redditi pubblicitari (come Google, Yahoo!, Murdoch).
Il Web 2.0 conta oggi alcune centinaia di milioni di utenti attivi. Che producono contenuti e cercano di stabilire, tra loro, giochi a guadagno condiviso (di ogni tipo, sia culturali che professionali, quanto di semplici amicizie e affinità in ogni aspetto della vita). Per questi soggetti lo sviluppo di un web 3.0, completamente semantico sarebbe una cosa fantastica, grandiosa. Al punto che moltissimi blogger il loro web semantico se lo stanno, dal basso, producendo a mano, volontariamente. Il caso tipico è quello di [tag]Technorati[/tag], il motore di ricerca specializzato per i blog. Chi scrive un sito personale si iscrive, e se vuol essere adeguatamente ricercabile da Technorati, per ogni post, articolo, contenuto che immette sul suo blog, deve indicarne a mano i significati (i cosiddetti Tags, accodati al post) che poi Technorati provvede a interpretare e mettere nelle sue categorie.
In questo modo, molto semiautomatico ma con decisiva componente umana e volontaria, nasce una sorta di Web semantico, tra i blogger aderenti a Technorati. Su YouTube il meccanismo è per molti aspetti analogo: il video che si vuole condividere è obbligatoriamente descritto, e spesso commentato. In modo che anche un motore di ricerca testuale possa riferirsi ad esso, senza eccessive ambiguità.
Se quindi vi sarà un web 3.0, più o meno presto, è quanto mai probabile che avrà comunque un forte contenuto di attività volontaria alla sua base. Il web semantico totalmente affidato all’algoritmica e alla logica più sofisticata, all’automatismo completo di creazione e poi di condivisione di sistemi di significati (ontologie) resta ancora terreno per la ricerca, e tra la più avanzata oggi in informatica. E questa frontiera, di fronte all’enorme complessità del compito, tende ad avanzare molto lentamente, da oltre dieci anni a questa parte. Invece Technorati, con il suo sistema a guadagno condiviso di tags, ha coinvolto decine di milioni di bloggers in meno di tre.