The Great firewall of China
Dal Manifesto di Venerdì 3 Novembre 2006
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/03-Novembre-2006/art109.html
A Pechino Bill Gates è fedele alla linea
«La Cinacensura e pensiamo di andare via». Lo afferma ad Atene la Microsoft, ma deve restare nel mercato cinese per restare un’impresa globale.
di Benedetto Vecchi

Il luogo e l’occasione sono stati scelti per avere una benevola eco sui media europei «che contano» e il disinteresse di quelli statunitensi e cinesi. Bill Gates non gode buona stampa nell’Unione europea da quando è stato più volte condannato per pratiche monopoliste. Ma quando Fred Timpson della Microsoft ha preso la parola al summit sull’Internet Governance Forum di Atene, il tam tam della rete aveva riportato le dichiarazioni del delegato cinese all’Herald Tribune sull’inesistenza della censura in Cina.
Il manager di Richmond sapeva bene che sarebbe stato invece subissato di domande sulla complicità della sua impresa con il governo cinese nel censurare l’accesso a Internet. E mercoledì ha pensato bene di indossare i panni del dirigente di un’impresa «responsabile» e attenta ai diritti umani. E così ha informato la platea che la Microsoftsta valutando l’ipotesi di abbandonare il mercato cinese, a causa delle ripetute censure attuate dal governo di Pechino. Poi, ha precisato che la «ritirata» dalla Cina è un’ipotesi, perché Bill Gates e i suoi devono valutare attentamente l’evoluzione della situazione cinese e valutare se la censura a cui sono sottoposti molti bloggers sia oramai incompatibile con gli affari.
Ma è difficile credere davvero se quella di Atene è un’inversione di rotta. Già, perché Bill Gates ha puntato molto sulla Cina in questi ultimi anni. Ha investito centinaia di milioni di dollari per costruire il suo «Centro di ricerca e sviluppo», l’«Istituto asiatico per lo sviluppo» e il «Centro tecnologico mondiale». Inoltre ha stabilito joint-venture con importanti software-house di Shanghai, Pechino e delle regioni speciali. Nel frattempo, ha lautamente finanziato un corso di studi all’Università della comunicazione di Shanghai. E non contenta di ciò ha spostato nella provincia di Guandong la produzione di Xbox, la consolle per videogiochi che, nei programmi di Bill Gates, doveva spodestare dal podio sia Nintendo che la Sony. Insomma, la Cina è per Microsoft un mercato strategico dove insediarsi stabilmente e conquistare le prime posizioni non solo nella vendita di software, ma anche per i nuovi prodotti dell’Internet 2.0.
Ovviamente, dal 1992, anno del suo arrivo a Pechino, Bill Gates non ha perso occasione per puntare il dito contro il governo cinese perché troppo permissivo verso chi «piratava» il suo software. Ma quando la Cina è stata ammessa nel Wto (l’organizzazione mondiale del commercio) in cambio di un adeguamento delle leggi sulla proprietà intellettuale, Richmond ha considerato la decisione di Pechino di lottare contro la cosiddetta pirateria informatica come l’inizio di un’era di pacifiche e convenienti relazioni commerciali. E che tra Pechino e Microsoft ci sia ormai un «rapporto privilegiato» ne è testimonianza il fatto che nel viaggio non di stato dello scorso aprile negli Stati Uniti del presidente cinese Hu Juntao la prima persona che ha incontrato è stato proprio Bill Gates a Seattle.
Tutto cambia però con la diffusione dei motori di ricerca. In questo settore, la Microsoft parte in seconda, anzi in terza fila. Da una parte ci sono i motori di ricerca cinesi che fanno la parte del leone, seguiti a ruota da Yahoo! e da Google. Tutto sembra filare liscio per chi fa affari con questo tipo di software, mentre le connessioni a Internet passano dalle ottocentomila del 1998 ai centoventimilioni internauti attuali. Ma è qui che iniziano i primi problemi.
Pechino intima a Yahoo!, Google, Microsoft e Cisco di censurare e filtrare gli accessi alla rete. Sugli schermi non possono comparire siti ostili a Pechino oppure che le ricerche devono essere dirottate su home page fedeli alla linea. E quando Yahoo! fornisce alla polizia cinese il nome dell’autore di alcuni messaggi di critica al governo di Pechino, scoppia lo scandalo. A finire in prigione, come ha rivelato Reportes Sans Frontiers, è il giornalista Shi Tao, mentre si moltiplicano le critiche a Microsoft perché l’uso del suo motore di ricerca è, anch’esso, fedele alla linea. E quando è costretta ad ammettere di aver unilateralmente censurato il blogger dissidente Zhao Jing, Microsoft giustifica il suo operato in nome della libertà di business. Per un po’ resiste Google, ma anche la società di Serghey Brin e Larry Page capitola.
Secondo la ricerca The Great Firewall of Chinacondotto dalla Harvard Law School sono oltre diciannovemila i siti inaccessibili in Cina. Una cifra che è stata brandita come una clava da alcuni rappresentanti del Congresso statunitense contro le imprese che, in nome del profitto, avrebbero sacrificato la democrazia. In una audizione al Congresso Microsoft, Cisco, Yahoo! e Google sono a loro volta «censurate» per la loro complicità con Pechino. Ma tutte replicano che abbandonare il mercato cinese sarebbe solo follia e un atto irresponsabile verso gli azionisti. Così, seppur con sfumature diverse, recita il mantra che Microsoft, Cisco, Yahoo! e Google vanno ripetendo in giro per il mondo ogni volta che qualcuno ricorda la loro complicità con Pechino. Infine mercoledì, la dichiarazione di Fred Timpson.
Che sia l’inizio di una inversione di rotta è però dubbio. Microsoft non può fare a meno del mercato cinese se vuol rimanere un’impresa globale che conta nel mondo high-tech. Il software dei sistemi operativi è oramai un mercato «saturo», mentre avanza come un treno il software open source. Inoltre, l’economia della rete deve avere un raggio d’azione mondiale se vuol produrre profitti. E la Cina rappresenta potenzialmente oltre un miliardo di consumatori. Da qui, l’intensificarsi di joint-venture e «campagne di acquisizione» di piccole, ma innovative software house cinesi. Perché abbandonare la Cina ai diretti concorrenti sarebbe un suicidio. O nel migliore dei casi, un ridimensionamento della Microsoft a impresa non più globale, ma locale. La dichiarazione di Microsoft ad Atene serve a prendere tempo nella speranza che il vortice della società dell’informazione faccia dimenticare ciò che è stato detto solo il giorno prima.