Blog Globale
di Franco Carlini
tratto da “blog no blog” supplemento al numero del 18 Giugno 2006 del “Manifesto”
0110011101 sono bit.E di bit é fatto questo testo, prima di scendere analogicamente sulla carta, così come molte musiche e filmati nascono digitali e altrettanto digitalmenle vengono distribuiti. Regge per ora la pellicola di celluloide dei film, mentre quella delle macchine fotografiche va’ sparendo. Anche per la cinematografia per altro. La distribuzione digitale sta diventando realtà, dopo anni di studio e di tormenti. Per ora i proiettori digitali si vedono soprattutto in Cina e Asia, ma il futuro é lì: al costo di 100 mila dollari ogni sala verrà trasformata. 
Questi e simili fenomeni sono la base tecnologica di quella che da tempo viene detta convergenza: se tutto é bit, allora anche le rispettive filiere industriali finiranno per essere la stessa cosa: le televisioni via cavo fanno anche Internet, le aziende del web offrono filmati, i giornali sono un po’ di carta e un po’ di rete. Eccetera.
Però attenzione: malgrado questa tendenza, la storia dei media ci insegna che essi mantengono la loro specificità,la quale é costituita da linguaggi e formati, sul lato della produzione e di diversi atteggiamenti d’uso da parte di chi li utilizza. Davanti alla televisione la schiena si butta all’indietro, abbandonandosi tranquillamente sulla poltrona: é la conferma fisica di una fruizione in larga misura passiva dove qualcuno dal centro del network ha deciso cosa emettere e a che ora e all’altro estremo della trasmissione in broadcasting, altri si lasciano andare a un flusso di voci, immagini e suoni.
Davanti al personal computer, invece, il busto si china in avanti, quasi curvo, e questo corrisponde a un diverso atteggiamento dell’utilizzatore il quale é lì per fare lui qualcosa; può produrre un testo,lavorare un’immagine con Photoshop, mandare messaggi elettronici. Anche quando scarica delle pagine web é lui che ha deciso che cosa vuole: sta “tirando” a sé (Pull) dei contenuti, invece che essere il destinatario di contenuti che altri hanno “spinto” verso di lui (Push).
Chi poi usi il cellulare lo fa muovendosi: riempie gli interstizi del poco tempo libero che ha, e prevalentemente gestisce un rapporto uno a uno con un interlocutore. In questo caso la modalità é solo relazionale, tra persone. (Si usa il cellulare anche in solitudine, diteggiando su dei giochi mediamente sciocchi, o per ascoltare musica preregistrata, ma queste per ora sono attività secondarie).
In altre parole: non basta che tutto sia fatto di bit perché sia tutta la stessa cosa, perché il software e i bit sono assolutamente versatili e con essi si possono fare infinite cose, anche molto diverse, il che non significa che le diverse filiere diventino una sola. Si aggiunga poi la banale considerazione che quando tutte le industrie vogliono fare tutto, ognuna partendo dai suoi assetti consolidati di fatturato e di pubblico, più che tranquilla fusione si delineano drammatici conflitti.
Quanto ai quotidiani, il Manifesto fu il primo, più di un anno fa, a segnalare che il più grande imprenditore mondiale dei media, Rupert Murdoch, aveva deciso di cambiare strategia, lui così settantenne: il declino della carta stampata é irreversibile, il futuro é di rete - disse in buona sostanza - e poco dopo si comprava il più grande spazio sociale di rete, che vale 75 milioni di giovani utenti, MySpace. Da allora tutti se ne sono accorti, persino in Italia dove di solito i grandi quotidiani non si fanno per venderli, ma per giocare nell’agone della politica e dei poteri. Si é creato un certo allarme, i gruppi principali come RCS e L’Espresso hanno accentuato le loro mosse multimediali verso la rete, le radio e qualche forma di televisione. La sensazione però é che il tutto- forse inevitabilmente - avvenga all’interno di modelli che non si vuole o forse non si può mettere in discussione. In un recente incontro con i giovani organizzato dal Corriere della Sera, l’amministratore delegato del gruppo, Vittorio Colao, ha ragionevolmente sostenuto che «non c’é contrapposizione fra cartaceo e online, l’importante sono i contenuti»). E il direttore Paolo Mieli ha descritto «un sistema informativo integrato» in cui il ruolo leader é del quotidiano di carta: «siamo come fratelli maggiori di cui prima o poi avrete bisogno». Anche questo é molto sensato, ma é sufficiente?
Infatti proprio quella posta da Mieli é la questione: davvero i nuovi lettori avranno hisogno di noi (Corriere, manifesto, New York Times o Sec. IXX? E quanto? E per che cosa? Quali sono i contenuti importanti? Queste domande sono in larga misura senza risposte soddisfacenti e chi dice di averle probabilmente é un millantatore (o un megaconsulente).
Guai tuttavia a trascurarle, anche perché, fuori dai media tradizionali, i pubblici (il plurale é d’obbligo), stanno già in larga misura facendo a meno di noi. Lo dicono le cifre, prima che le valutazioni sociali. La cosa interessante, ma anche sconvolgente, é che questo «fare a meno» non si traduce semplicemente nell’abbandono, ma é attivo, nel senso che i lettori che se ne vanno o che nemmeno cominciano, sono comunque dei produttori di contenuti in proprio: ai propri blog, podcast, filmati da 30 secondi, dedicano energie intellettuali e risorse economiche. Fanno in sostanza quello che agli umani più piace, oltre all’amore, e cioé parlare, dialogare, litigare, dire la propria.
Roba scadente, pettegolezzi, tanta spazzatura? Così amano pensare molti colleghi giornalisti, difendendo il proprio ruolo professionale, e in larga misura così é, ma qui entra in gioco la statistica: tra i miliardi di pagine web (e Google ne indicizza solo una porzione limitata) e tra i milioni di diari in rete che nascono ogni giorno, ce ne sono milioni dove si trovano competenze, saperi profondi, informazioni accurate e senza di esse, ormai non si potrebbe più vivere, nella società della conoscenza.
Sia chiaro: tale massiccia produzione di informazioni e di idee non é nuova. II mondo “Homo sapiens” è sempre andato avanti così, da quando abbiamo cominciato a parlare e a disegnare simboli fantastici nelle grotte del neolitico. Di nuovo e straordinario c’è il fatto che queste idee ora circolano globalmente e si contagiano all’istante l’una con l’altra, che poi è il loro valore. Se le gazzette a stampa furono formidabile strumento delle aspirazioni della incalzante borghesia, le reti multiple dell’oggi sono il medium più adeguato a rendere conto di una diversità che spaventa molti, ma che invece è il benessere e la felicità che forse ci aspettano.