Blog café
di Andrea Rocco
tratto da “blog no blog” supplemento al numero del 18 Giugno 2006 del “Manifesto”
Se la produzione e l’ autoproduzione di oggetti, progetti, opere artistiche e di intrattenimento sulla rete e per la rete diventa multimediale, come reagiscono le grandi multinazionali dell’entertainment? Il meccanismo e la situazione non sono completamente nuovi. Le vicissitudini dell’industria discografica e musicale (con annessi e connessi: le case discografiche hanno licenziato centinaia di persone e le due maggiori catene di negozi di musica Tower Records e Wherehouse sono finite in bancarotta)travolte dalle nuove tecnologie di produzione e di distribuzione della musica sono una lezione recente e bruciante.
Ma in generale con il diffondersi dei [tag]video blog [/tag]succede quello che è accaduto con l’apparizione di qualsiasi nuova tecnologia o piattaforma di intrattenimento. Le domande che si pongono i grandi attori che controllano il mercato sono grosso modo le stesse dai tempi dell’apparizione della Tv o delle videocassette rispetto al cinema: quali nuovi modelli di business si affermeranno? Ci sarà sostituzione o affiancamento/allargamento del mercato? Ed è meglio resistere all’innovazione (almeno temporaneamente) o unirvisi?
Le domande sono ancora senza risposte univoche. Anche perchè con i video blogs ci si trova di fronte ad un animale strano, non riconducibile in termini di business ad alcun modello precedente. I video blogs rientrano a pieno titolo in un fenomeno di «democratizzazione» e di decentramento delia produzione di immagini che è iniziato con l’apparizione sul mercato delle tecnologie di produzione e di post-produzione digitale prima in ambito professionale e poi diffuse anche ad un pubhlico più ampio. I video blog diventano dunque il terreno d’elezione di progetti e di filmmaker indipendenti come quelli che hanno realizzato Green Green Water, un video blog che segue le vicende e le battaglie (e anche le liti intestine) di una tribù di indiani Pimicikamak Cree nella provincia di Manitoba, Canada, alle prese con un grande progetto di costruzione di un bacino idroelettrico. Ma questo aspetto, di grandissima importanza civile, ha un peso relalivamenle marginale nel dettare le possibili prossime mosse delle grandi corporation dell’ entertainment.Quello che più temono in questa fase non è la sostituzione di film, programmi televisivi, sitcoms, prodotti e distribuiti in modo convenzionale, con prodotti della «[tag]vlogosfera[/tag]» che abbiano un potenziale «appeal» di massa. Questo è ancora ben lontano dall’accadere.Il rischio per le majors del cinema e della Tv è quello di perdere segmenti e «occhi» non numerosi, ma qualitativamente preziosi, soprattutto in termini pubblicitari: i giovani, i cosiddetti early adopters di nuovi tecnologie, professionisti istruiti. Già oggi esiste una feroce competizione tra i diversi media per spartirsi la torta del tempo e dell’ attenzione degli americani. Che è in rapida evoluzione. Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000, la «torta» delle ore/persona dedicate all’entertainment (oltre 1800 ore all’anno, e in crescita si è spostata decisamente verso Internet, Dvd e pay-tv, con una stagnazione per il cinema e un calo consistente per la Tv generalista in chiaro (meno 9%). Il significato di questi dati è che crescono i media anche parzialmenle personalizzabili o personalizzati e sono in declino quelli generalisti. Sembrerebbe quindi delinearsi una (parziale) coincidenza di interessi tra le necessità di mercato (domanda di prodotti non più generalisti e non solo globalizzati, emergere di nicchie significative di consumo e di ascolto, valorizzazione, analogamente con quanto succede per i cibi, della produzione di immagini legate «ai territori» o alla dimensione delle comunità locali) e le opportunità di «democratizzazione» e di decentramento della produzione. In questo scenario nell’ultimo anno o poco più hanno fatto irruzione i videoblog cresciuti da 30 a 650 in 12 mesi e che non potevano non attirare l’attenzione delle grandi «fabbriche dell’immaginario». I primi passi, timidi, ma concreti, sul terreno dei video blogs le majors globali dell’intrattenimento (e quindi anche del cinema) li hanno in effetti già mossi.Due esempi recenti, quello di Superman Returns e quello, ancora migliore, di King Kong.
Per Kong la casa di produzione (Universal) non ha tenuto un diario ufficiale, ma ha consentito a un’organizzazione di fans di produrre un videodiario giornaliero accuratissimo che è stato messo in rete, sia nella fase di produzione che nella lunghissima fase di montaggio e che è ancora disponibile sui sito www.kongisking.net. Peter Jackson, il regista (e autore anche della trilogia de Il Signore degli Anelli ha collaborato attivamente e presenta quasi tutti i segmenti di video blogs. Il risultato è un prodotto con il sapore del video blog, con un sapore artigianale, ma ricchissimo di contenuti.
Ma l’interesse dell’industria dell’ entertainment per il fenomeno dei video blogs non sembra fermarsi qui. Prova ne sia l’interesse con il quale sono stati seguiti i casi di maggior successo creato dai «vloggers». Due sono gli esempi maggiori. II primo è quello di Tiki Bar Tv, una miniserie di video blogs di 5 minuti, che ha esordito nel marzo 2005. I tre personaggi principali, Dr.Tiki, Johnny Johnny e Lala, immersi in uno scenario «lounge» attraverso la creazione di un esotico cocktail in ogni puntata, risolvono i problemi grandi e piccoli della vita. Tiki Bar è stata anche accusata (ingiustamente) di far parte di un complotto di «marketing virale» per promuovere marche di alcolici usati dall’improbabile barista. Autoprodotta nell’appartamento di 65 metri quadrati di uno degli attori a Vancouver, la serie ha avuto un successo straordinario grazie anche una citazione fattane da Steve Jobs, il guru di Silicon Valley, durante una conferenza di lando di un prodotto Apple. Oggi sono centinaia di migliaia i «frequentatori» di Tiki Bar e la serie ha ricevuto finanziamenti dall’industria televisiva ed ha aiutato la carriera del suo creatore, John Macpherson («Dr.Tiki»: è un «vero» regista, vincitore del New York Film Festival), a decollare. Ancora più eclatante, e seguito, il caso di Rocketboom.com. Qui si tratta di segmenti simil-news di tre minuti giornalieri realizzati ancora più in economia e presentati dalla giovane e biondissima attrice Amanda Congdon.
Lo show è un misto di Saturday Night Live, con puntate nel genere talk show, ma ha un’invenzione geniale che è l’uso massiccio di video blogs di altri spettatori. Situazioni buffe o domestiche, ma anche video-reportage da New Orleans devastata dall’uragano Katrina. Rocketboom in poco tempo è diventato un caso nazionale e internazionale (ha sei corrispondenti, pagati almeno sino ad ieri 50 dollari a pezzo, da Usa ed Europa), raggiungendo un audience media di 300 mila spettatori con punte intorno al milione. Per la prima volta sono stati inseriti degli spot pubblicitari. Anche qui con un’innovazione, gli spazi spot sono stati messi all’asta su e-Bay ed aggiudicati a due inserzionisti a 40 mila dollari l’uno. E i due proprietari, la Congdon a Andrew Baron stanno pensando ad un servizio «premium» a pagamento tra i 3.50 e i 4 dollari al mese. Soprattutto, Amanda Congdon ha raggiunto lo status invidiabile ed invidiato di assoluta «star» delia vlogosfera, trasferendo il suo successo anche sui media tradizionali. Ha fatto anche un’ apparizione come special guest, interpretando se stessa, in una puntata della serie C.S.I.
Due casi non sono poi molti, ma il successo di questi video blogs (anche se alcuni in rete negano che sia possibile attribuire questa qualifica a Tiki Bar e a Rocketboom) sembra basarsi su alcune caratteristiche comuni: una forte impronta di comicità, un po’ stralunata, a volte surreale; un ricchissimo bagaglio di citazioni e di riferimenti alla cultura pop statunitense; la capacità di creare personaggi e, soprattutto personaggi femminili.
Come si vede, gli ingredienti non sono diversi da quelli di alcune serie o film convenzionali.
Chi sembra muoversi con maggiore coraggio e rapidità è invece l’industria pubblicitaria. La pubblicità via Internet che utilizza un supporto video ha raggiunto nei soli Stati Uniti un fatturato di 225 milioni di dollari, che dovrebbero salire a 1 miliardo entro il 2008. E i video blogs presentano per gli inserzionisti un grande vantaggio:«sono molto mirati - ha spiegato a CNN Money Oavid Hallerman, analista di mercato - Sono ancora piccoli, ma hanno un’interessante audience di nicchia».