internet e motori di ricerca

24 Gennaio 2006

Google story

Archiviato in: googleworld — Tag: — admin @ 11:04

articolo di Franco Carlini tratto da “il manifesto
big G
Lunedì le azioni di Google hanno chiuso a 466,25 dollari l’una, il che significa che la capitalizzazione attuale è di 138 miliardi di dollari. Per confronto quelle di Microsoft veleggiavano a un «misero» 27,19 (per una capitalizzazione però di 290 miliardi). Qualche analista ha immaginato che entro l’anno le azioni di Google arrivino a 600 dollari e molti si affannano a consigliare ai due maggiori azionisti Larry Page e Sergey Brin di fare uno «split», ovvero di raddoppiarne il numero e dimezzarne il valore unitario, di modo che sia più facile acquistarle e scambiarle. I due tuttavia, continuando a praticare regole finanziarie relativamente anomale, sembra che non ne abbiano alcuna intenzione. Le cifre della corsa verso l’alto di Google sono quelle che più impressionano giornalisti e grande pubblico, dato che il motore di ricerca di Mountain View in California andò in borsa solo nell’estate 2004, con un valore di 85 dollari. Il che significa che è cresciuto più di 5 volte.

Ma c’è dell’altro su cui riflettere che non riguarda solo la finanza, bensì le modalità di circolazione e presentazione delle informazioni nell’era dell’internet. John Battelle, uno dei fondatori della leggendaria rivista «Wired», l’anno scorso ha pubblicato un libro intitolato The Search il cui sottotitolo suona chiarissimo: «Come Google e i suoi rivali hanno riscritto le regole del business a trasformato la nostra cultura» (Penguin Books). La tesi di Battelle, del tutto condivisibile, è che l’attività di search è divenuta, grazie a Google e ai suoi cugini, «la metafora di fatto di internet» e l’esperienza di milioni di noi lo conferma: si va in rete protesi a cercare qualcosa (sia esso divertimento, amicizia, informazioni, cultura e saperi); l’atteggiamento è proteso, siamo tornati a essere, come nella savana, dei cacciatori e raccoglitori. Ma con una differenza profonda: se nel deserto del Kalahari, il cibo è scarso per la popolazione !Kung, nella rete invece il materiale è fin troppo abbondante e servono degli ausilii efficaci. Questi non sono più i portali, ingenuamente proposti nei primi anni del web come il luogo dove andare e da cui partire. I portaloni ambivano in definitiva a selezionare loro, per conto nostro, i luoghi e i contenuti più interessanti per un pubblico generalista e indistinto. Si guardi la struttura di libero.it, supereva.it, msn.it o lo stesso Yahoo.com. ma per quanto sforzi i portali facciano, la loro pagina di partenza (Home) sarà sempre troppo affollata, al limite della confusione visiva e cognitiva, e troppo poco esauriente per la molteplicità di interessi mirati con cui le persone vanno in rete.

Si confrontino queste Home con la sconvolgente semplicità della bianca e vuota pagina di accoglienza di Google: un logo colorato, una fessura per immettere le parole della ricerca, e attorno la miseria di 185 caratteri.

Quella pagina bianca, porta d’accesso a miliardi di pagine web schedate in un gigantesco archivio (vedi la scheda in pagina) fu l’inizio di tutto ed è stata scelta da milioni di persone come la propria pagina di partenza nelle navigazioni in rete. Il motivo è sottilmente psicologico: non ho bisogno, né mi interessa di aspettare i consigli di lettura di altri; so già cosa mi interessa (i migliori libri sull’economia comportamentale, le foto di Chuck D dei Public Enemy, l’ultima penosa dichiarazione di Fassino). So che lì, nella rete, ci sono, mi aiuti tu a trovarli?

Tutto questo, tuttavia, è solo una parte della storia perché nel tempo il mondo di Google si è arricchito di una quantità notevole di altri servizi. Li si trova cliccando sulla voce «altro» della pagina di Google e sono un’infinità, in parte prodotti in casa, in parte acquistati da aziende esterne e inseriti nell’universo G. Due meritano particolare attenzione perché vanno nella direzione che più ci interessa, quella dell’intelligente gestione delle proprie informazioni personali. L’una è Google mail, in sintesi gmail.com, un servizio di posta elettronica gratuito (come tutto il resto) che offre una casella di posta sui server lontani di Google da 2,6 gigabyte, grosso modo equivalente a 200 mila pagine di questo giornale; ma la dimensione non è tutto, il bello è che in quell’archivio di posta personale spedita e ricevuta, si possono fare ricerche «alla Google», ovvero chiedere di trovare per esempio, tutte le mail che contengano la parola «cena» e la parola «benedetto». Gmail di recente offre anche la possibilità di contatti in tempo reale con gli amici del nostro gruppo (l’instant messaging) e di telefonare loro, via computer, con tecnologia VoIP, a costo zero.

Nessuna di queste prestazioni è nuova in sé, ma lo è l’integrazione tra i diversi servizi in quella che va definendosi come una piattaforma di rete unificata. A ben pensarci è lo stesso gioco virtuoso che fece il successo di Microsoft: software diversi per diverse prestazioni, ma tra di loro coerenti e integrati, di modo che in quel mondo uno possa trovare tutto ciò che gli serve per le proprie attività di lavoro e di relazione.

L’altro esempio interessante, tra i molti, è Google Maps, mappe e cartine del mondo (ma non ancora complete). La cosa «fantastica» è che su quelle mappe è possibile sovrapporre le proprie informazioni con dei puntaspilli, ognuno dei quali corrisponde a un’informazione locale. Per esempio «Nature» ha realizzato una mappa della influenza aviaria, ma altri hanno punteggiato Chicago con i punti di vendita degli hot dog, oppure la costa della California con l’indicazione delle case delle celebrità (per esempio: Drew Barrymore. 612 North Sepulveda Boulevard Suite 10. Los Angeles, CA 90049). Curiosità? Forse ma anche la dimostrazione che certe applicazioni informatiche (le mappe) possono essere aperte e messe a disposizione della rete per arricchirle di informazioni e conoscenza. Sono gli utenti che creano i contenuti, a miliardi di bit ogni giorno.

Lungo questa strada nasce però un problema: di fatto Google e i suoi cugini-rivali sono divenuti un bene comune, gestito privatamente, per legittimi fini di lucro, ma elemento essenziale e vitale della società della conoscenza. Per capirlo si provi a tornare indietro a 15 anni fa e a immaginare una rete senza Search Engines. Il che pone un problema politico. Il presidente francese pensa di risolverlo con il solito sciovinismo, e cioè creando un motore di ricerca franco-europeo (si chiamerà Quadro), ma non è sicuramente la strada, così come non lo sarebbe un’iniziativa affidata a burocratiche agenzie governative. E allora? Forse occorre continuare a discutere delle regole e delle politiche per la conoscenza condivisa.

Nessun commento »

Non c’è ancora nessun commento.

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URL

Lascia un commento

Funziona con WordPress